Wa Do - Nei Jia
La Via Interna Del Karate

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Mi è' successo più o meno intorno ai trent'anni.

Avevo appena smesso  con l'agonismo. All'inizio avevo deciso di salire di peso, aumentare la massa muscolare e così la potenza.
Quando si è agonisti ci si allena tutti giorni. Si è come una macchina da corsa, e come per una macchina da corsa,  funziona tutto alla perfezione "solo" se tutto è a puntino. Ad un certo punto però, il lavoro, gli impegni, la vita , la stanchezza, diversi interessi che rendono la pratica un pò meno totalizzante, il recupero sociale necessario dei normali rapporti umani con "tutta quell'umanità che non pratica Karate"e il fatto che i tempi di recupero fisico non sono più quelli dei vent'anni, hanno portato me come tanti altri ad aumentare il lavoro sulla muscolatura per cercare di guadagnare potenza e dare maggior solidità al corpo.

Passai così dai  75kg  (più massimo 100g, come ogni ex agonista ben sa...)  agli 80/82 lavorando duramente sul potenziamento.
All'inizio era OK ma poi, tutta quella massa (che non era grasso) mi dava fastidio, mi impediva i movimenti, non mi sentivo nel mio corpo, si era perso qualcosa, insomma  mi sentivo in un corpo più  potente si , ma mi sentivo a disagio, scomodo.


Stavo regredendo.

E poi...tutte le storie sui grandi maestri che invecchiando diventavano più bravi?
Io stavo solo invecchiando e, ...o mi avevano sempre raccontato fandonie, oppure c'era qualcosa che non andava.

Decisi allora di raffinare la tecnica, praticarla isolando tecnica per tecnica i vari muscoli che di volta in volta le davano stabilità, che ne velocizzavano il movimento, o che lo generavano.  Al tempo stesso mi diedi da fare per analizzare quali muscoli, ed in quale esatto momento, "remassero contro" la velocità e fluidità della tecnica.

Era il bicipite quindi che nella parte iniziale degli tzuki aveva la funzione più importante, far si che la spinta delle anche si trasferisse all'avambraccio senza dispersioni.
Solo superato l'angolo funzionale del bicipite il tricipite entrava in azione e, perchè tutto funzionasse, le contrazioni dovevano essere degli impulsi , delle piccole esplosioni, dovevano essere "elastiche".

Erano i dorsali e non i deltoidi che stabilizavano il pugno a fine corsa...


Insomma , dopo queste prime osservazioni, continuando a lavorare di fino ed andando sempre più a fondo mi accorsi di un qualcosa di veramente strano: ormai le tecniche non le generavo più come prima.  

Si era sviluppato un nuovo meccanismo, un meccanismo "non meccanico".

Un pò come quando nel dormiveglia si hanno quelle scariche intensissime, quegli scatti in cui ci si è mossi si e no di un centimetro ma la cui intensità è stata altissima.

Mi era sempre successo, specie nei periodi di allenamento particolarmente intenso, di avere questi scatti nel sonno. Non ero però mai stato in grado di generarli volontariamente da sveglio ne tantomeno di pensare che fosse possibile o utile farlo (solo più tardi scoprii che il generarli volontariamente corrispondeva al cosidetto F-Jing del Tai Chi Chuan).


Qualcosa era successo ed un processo inarrestabile si era avviato.

C'era qualcosa che muoveva il corpo che era molto più legato all'intenzione di muoverlo ed al rimuovere gli ostacoli al mivimento che non all'usare i muscoli. Per di più il lavoro con i pesi stava diventando sempre più contropproducente (almeno quello classico), mi sbilanciava, inibiva l'uso della "scarica" che che avevo imparato ad usare per genere la tecnica. Mi rendeva scomodo il mio corpo.

Cominciai quindi a lavorarci su, a sperimentare , a considerare, ma soprattutto...a
verificare (il fatto di essere manager nel settore ricerca dell'industria privata e la naturale inclinazione allo studio, all'analisi ed alla ricerca mi hanno aiutato molto).

Ci furono anche delle piccole illuminazioni nel percorso di ricerca, alcune banali, altre meno, alcune molto più sottili.

Particolarmente illuminante ricordo che fu la constatazione del fatto che "quando si sente la potenza del proprio pugno è perchè se ne sto assorbendo l'onda d'urto".

Praticamente come tirare una sprangata contro un palo di ferro e restare li a sorbirsi la vibrazione (tipo cartone animanto...).
E non solo, mi accorsi che tutti quelli che vedevo se la sparavano direttamente nella zona lombare la loro onda d'urto.
Per colpa di questa immane stupidità migliaia di Karatekas si sono ritrovati con danni alle vertebre lombari, alle ginocchia ed alle vertebre cervicali.

Continuando a lavore, studiare, sperimentare e verificre, ad un certo punto mi accorsi che il mio karate era diventato un'altra cosa.
Esternamente non non vi erano differenze se non il fatto che fosse milgiore, più fluido, più potente, piu veloce, ma cio che succedeva all'interno e generava le tecniche era ormai "un'altra cosa". Un'altra cosa che non sapevo cosa fosse.

Le tecniche avevano iniziato a fluire senza sforzo, senza interruzione, senza spigoli, potenti e veloci.
L'energia ormai si scaricava solo sul punto d'impatto senza che nessuna onda d'urto venisse assorbita da me, anzi, i primi anni ciò mi procurò anche qualche inconveninete.

Siamo abituati a valutare la potenza/controllo  di una tecnica principalmente dalla potenza dell'onda d'urto "di ritorno".
Ma cosa succede se quest'onda d'urto di ritorno non c'è più, se non ho più feedback da un pugno che colpisce un bersaglio?

Vedere un allievo piegarsi dopo un gyaku tzuki dimostrativo in cui gli si era detto di non muoversi...non è piacevole ( e non ci si fa neanche una bella figura)!!!

Insomma mi sono trovato a dover completamente ricalibrare il mio criterio di "controllo" della tecnica.
Non assorbento più l'onda d'urto di ritorno della tecnica, avevo ormai perso la vecchia bilancia che mi indicava la potenza del colpo sferrato.

Pian piano quello che stavo facendo influenzò la mia pratica del KATA , KIHON e KUMITE fino a sostituire completamente la mia vecchia pratica.

La ricerca non è stata facile ... e non è ancora finita.

Muovere il corpo usando sensazioni piuttosto che muscoli, esula dalla normale esperienza quotidia, e per noi occidentali questo è un vero dramma.

Non esisteva neanche una nomenclatura adatta per  descrivere ciò che avevo imparato a fare, e poi...era giusto, oppure ero finito anch'io al buio in un vicolo cieco che non porta da nessuna parte come era già successo ad altri prima di me?

Questo è stato vermanente il dramma più grande: "sembra che funzioni alla grande .... ma non è che
magari sto sbagliando qualcosa e faccio ancora più danni al mio corpo di quanti gia non ne faccia il "karate normale"... sembrerebbe di no... però... possibile che non ci sia arrivato nessun altro a questo punto... a chi chiedo consiglio...è corretto proporlo agli allievi , solo alle cinture nere magari... al loro interessa moltissimo però... chissà... che diritto ho di proporre varianti alla pratica che ho appreso... io intanto per me continuo... e se poi nvece è tutto sbagliato e sto solo perdendo tempo?..."

Per fortuna all'età di trent'anni iniziai a praticare seriamente Tai Chi Chuan, dopo qualche anno aderii alla scuola Nei Dan del Maestro Flavio Daniele ed iniziai così a studiare con il Maestro George Gou Ming Xu ed a seguire i suoi insegnamenti.
Insegnamenti che sarebbe stato assolutamente impossibile interiorizzare senza l'impressionante lavoro didattico di Flavio Daniele che è stato in grado di rendere accessibili le chiavi di lettura dei più arcani risvolti dell'Arte Marziale Cinese.

Al di la dei grandi benefici e del mostruoso salto di qulità che il mio Tai Chi Chuan fece grazie a Flavio e George, mi accorsi che le scuole tradizionali cinesi funzionavano esattamente secondo i principi che io avevo scoperto ed applicato al mio karate e che, "quella cosa" che usavo per tirare le tecniche, altro non era che il famoso CHI delle Arti Marziali Cinesi.

Capii quindi che ero sulla strada giusta, più avanti di quello che avrei sospettato e nella giusta direzione dell'evoluzione continua.
Non ero affatto caduto in un buco nero e ne tantomeno ero rimasto vittima di qualche nuova forma di manierismo viziato.


Cosa ancor più gradita fu poi il constatare che, quella terminologia mancante nella tradizione occidentale per descrivere la pratica del mio karate, era invece parte integrante della tradizione delle Arti Marziali Cinesi.

Fu così che termini come: dan tien, arco dell gambe, arco delle braccia , ming men, dan tien mediano, Yi, Chi, Li, etc... entrarono a far parte del bagaglio  culturale del mio karate che chiamai appunto: WaDo NeiJia.

WaDo : dall'origine formale della tecnica che proviene dal WaDo Ryu Karate Do che ho sempre praticato, ma non per questo limitata a questo stile.
Nei Jia: dal Cinese arte marzilae interna.
Una definizione cinonipponica che puo essere tradotta come "arte marziale interna della via della pace"

A questo punto il grosso lavoro fu di definire il percorso che in dieci anni di studio mi aveva portato fin li e di organizzarlo in maniera coerente e funzionale a chi avesse voluto intraprenderlo.


Il percorso didattico nel
 WaDoNeiJia


Una delle perticolarità dello stile e che il percorso didattico non si caratterizza per numero o tipo di tecniche/forme imparate.
Forme e tecniche di qualunque stile possone essere reinterpreate attraverso il WaDoNeiJia senza essere formalmente snaturate.
Il percorso formativo si esplicità infatti attraverso nuove abilità psicomotorie acquisite.
Tali abilità hanno una loro logica progressione e ragion d'essere che parte dal recupero di antiche memorie cinestetiche acquisite nell'infanzia.
Tali memorie vengono analizzate, razionalizzate e profondamente interiorizzate allo scopo di utilizzarle per costruirne via via di più complesse.
Scopo del percorso di studi è di eliminare il vaglio della mente cosciente all'esecuzione della tecnica attualizzando così il binomio emozione/azione.

Di seguito vengono elencati per sommi capi i passaggi più significativi del percorso didattico.

LinearizzazioneQuesta fase, più propriamente dedicata alla rieducazione motoria rispetto ad un errata quanto diffusa modalità di pratica del Karate, si occupa principalmente di eliminare tutti quei manierismi "da gara di kata" che negli anni hanno causato i problemi strutturali da cui la maggior parte dei Karatekas e aflitta.
Si lavora quindi ad eliminare difeti acquisiti quali il doppio colpo d'anca, a rilinearizare le tecniche ed al riallineamento della zona lombare.
In questa fase si richiede allo studente di eseguire vari errori formali (di massima e di minima) allo scopo enfatizzare le varie anomalie esecutive che in seguito verranno corette.
Chi inizia a praticare diretamente il WaDoNeiJia senza aver mai praticato Karate non ha bisogno di attaversare questa fase.


Differenziazione StaticaIn questa fase si imapara a differeziare tra peso e struttura.  
Il primo passo nella disassemblazione della rigidità posturale.


RadicamentoLo studio del radicamento permette di sviluppare l'abilità di scaricare a terra tutte le sollecitazioni.
In un secondo tempo la risposta elastica del terreno, canalizzata tramite la struttura osseotendinea, permetterà sia il movimento che la tecnica.


Dfferenziazione DinamicaLa risposta elastica del terreno canalizzata attraverso la strutura osseatrendinea permette il movimento che la tecnica.
La strutture ancora il corpo, il peso viaggia seguendo l'onda d'urto. L'alternaza tra struttura a peso genera movimento.


Pieno e vuoto nelgli artiSi identificano i blocchi interni all'esecuzione della tecnica.
Sia fisico articolari che spaziali.

SpiraliQuesto è uno dei punti più corposi e complessi, il vero primo grande scoglio da superare.
In questa fase si prende coscienza di come nel corpo siano connaturati vari movimenti a spirale e di come essi siano in grado di generare movimento senza soluzione di continuità.


Le tre armonie esterneAlla luce delle nuove abilità acquisite si rivede l'intero rapporto gerarchico della funzione motoria.

Pieno e Vuoto nello SpazioSi inizia a percepire lo spazio come elemento a se stante e facente parte dell'equilibrio fisico energetico del praticante.
Si inizia prende coscienza della sfericità della tenica


Connessione sfericaLa tecnica non si espande più in una sola  direzione ma si espande in tutte le sei direzioni.

Yi Chi Li  
L'intenzione come propensione
Il movimento si genera tramite la creazione di squilibri fisico energetici nell'ambiente circostante.
Xin
Il Cuore (il Dan Tien Mediano, l'Emozionalità non condizionata, l'Istinto predatorio non mediato) genera "la propernsione a..." che attiva il chi il quale a sua volta sua volta genera il movimento